Negli ultimi anni la fotografia di matrimonio è diventata, e continua a diventare, sempre più simile alla fotografia di moda. Location spettacolari, abiti impeccabili, coppie perfette, pose studiate e immagini costruite per essere condivise. Spesso si tratta di fotografie bellissime, degne delle pagine di una rivista, capaci di catturare immediatamente l’attenzione di chi le guarda.
Eppure, per quanto possano essere affascinanti, per me, non sempre riescono a raccontare qualcosa di vero.
Forse è anche per questo che, dopo vent’anni trascorsi a fotografare matrimoni, sento sempre meno interesse per la fotografia editoriale e sempre più attrazione per ciò che accade realmente davanti ai miei occhi. Mi interessa osservare una madre che cerca di trattenere le lacrime durante una cerimonia, un padre che si commuove quando pensa che nessuno lo stia guardando, una coppia che ride spontaneamente senza sapere di essere fotografata.
Mi interessa la vita quando smette di mettersi in posa.

Con il passare degli anni ho capito che le fotografie che continuano a emozionarci non sono quasi mai quelle perfette.
Sono quelle che hanno la capacità di riportarci dentro un momento preciso della nostra vita. Sono le immagini che ci fanno ricordare una voce, un profumo, una sensazione, il modo in cui ci sentivamo in quell’istante. Non ci mostrano semplicemente come eravamo. Ci fanno rivivere chi eravamo.
Oggi siamo circondati da immagini impeccabili. I telefoni le producono automaticamente, i social network le premiano e l’intelligenza artificiale è in grado di crearne di straordinarie senza nemmeno aver vissuto la realtà che rappresentano. Siamo immersi in un’estetica che ci spinge continuamente verso la perfezione visiva e che spesso ci fa credere che il valore di una fotografia coincida con la sua capacità di apparire perfetta.
Ma proprio mentre la perfezione diventa sempre più accessibile e abbondante, l’autenticità diventa sempre più rara.

Per questo credo che il valore della fotografia stia cambiando. Sempre meno nella capacità di costruire una scena e sempre più nella sensibilità di riconoscere un momento significativo mentre accade. Non serve inventare una storia quando la storia è già lì, davanti a noi, pronta per essere vissuta e raccontata.
Il mio lavoro non è creare una versione più bella della realtà. Il mio lavoro è conservare la realtà che esiste già, con le sue imperfezioni, la sua spontaneità e la sua verità. Perché sono proprio quelle imperfezioni a rendere unico un ricordo e a distinguerlo da una semplice immagine.
Quando riguarderemo queste fotografie tra venti o trent’anni, non ci chiederemo quanto fossero perfette. Non ci interesserà sapere se erano in linea con le tendenze del momento o se avrebbero ottenuto migliaia di like sui social. Ci interesserà capire se erano sincere. Se raccontavano davvero chi eravamo. Se erano riuscite a conservare qualcosa che il tempo avrebbe inevitabilmente portato via.
Forse è per questo che penso che il futuro della fotografia non appartenga necessariamente a chi costruisce le immagini più spettacolari, ma a chi saprà ancora riconoscere un momento vero quando gli passa davanti. Perché ci saranno sempre fotografie più perfette. Ma non ci sarà mai una seconda possibilità di fotografare lo stesso istante.












